Prima di andar via: il dramma di Filippo Gili sul palco dell’Argot

PRIMA DI ANDAR VIA_foto 1 Prima di andar via

Di Filippo Gili

Regia Francesco Frangipane

Con Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini, Vanessa Scalera e Aurora Peres

Teatro Studio Argot, fino al 3 marzo 2013

Imparare a digerire il vivere. Lo fanno una madre e un padre, desiderosi di custodire, proteggere, accudire. Lo fanno due figlie, caparbia la più grande, insicura la più giovane. Non riesce a farlo l’unico figlio maschio, silenziosa comparsa di una cena in famiglia.

Le luci di Prima di andar via si accendono su una tavola apparecchiata, su una conversazione avviata, su piccole tensioni, ordinari problemi. Una quotidianità fatta di mele da sbucciare e bicchieri da vuotare, di ansie universitarie e difficoltà lavorative, di calzini da stendere e viaggi da organizzare. Una normalità spezzata da un’unica frase che faticosamente è espulsa dalle labbra e pacatamente è pronunciata: “Domani non sarò più vivo”. Non affida a un biglietto di carta le sue ultime scuse, ma confessa e spiega a voce la sua lucida scelta Francesco, vedovo alle prese con un dolore che brucia, corrode, annienta ogni voglia di esistere.

Inglobato nello spazio scenico, seduto ai lati di un ring domestico che non proclamerà vincitori ma produrrà solo sconfitti, il pubblico non può avere una visione univoca, ma è chiamato a partecipare dei sentimenti di tutti, di chi resta e di chi non può far altro che andare.

Dall’affetto incondizionato del padre, che vuole ascoltare, che cerca di razionalizzare, che tenta di essere autoritario e imporre una decisione che non gli compete, allo sconforto della madre, che si fa sempre più piccola e muta, che si aggrappa al corpo del figlio per trattenerlo. Dall’irruenza della sorella maggiore, che urla, offende, minaccia, alla comprensione della minore, l’unica pronta a dire addio.

PRIMA DI ANDAR VIA_foto 2C’è nei silenzi gravi, angosciosi, un’impotenza che stringe la gola e paralizza i pensieri, c’è in quegli abbracci egoisti una disperazione rabbiosa, e in quella sedia vuota un’illusione.

È un dramma umanissimo quello di Filippo Gili, sostenuto da un parlare esplicito, con note di tenerezza e repentine cadute nella violenza, e rafforzato da un agire duro, impulsivo, aggressivo, uno scontro fisico che esaspera la battaglia verbale.

In una scena che non ha sostegni, perché giocata sull’essenzialità delle linee, sull’assenza di pareti dietro cui nascondersi o a cui sorreggersi, prende forma un limbo casalingo, si allunga un’ombra amara che avvolge tutto e tutti, che ferisce per il carico di verità che si porta dietro.

Le luci fioche di un interno illuminano gli ostacoli della vita, quelli che si possono superare perché “al mondo per tutti è difficile ma è bello starci”, e fanno intravedere un fondo scuro, melmoso, nel quale si vuole avere la libertà di annegare.

Rossella Porcheddu

Pubblicato su Che teatro fa, blog autore Repubblica.it

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