Ora non hai più paura: il gioco segreto della Valdoca

2.Teatro Valdoca - ora non hai più paura

Ora non hai più paura\Seconda parte della Trilogia della gioia

Teatro Valdoca

Regia, scene, luci e costumi Cesare Ronconi

Collaborazione drammaturgica Mariangela Gualtieri

Teatro Palladium, 7 febbraio 2013

Ora non hai più paura: la scritta che campeggia sul palco del Palladium suggerisce di lasciarsi andare alla visione, farsi trascinare dal suono, cullare dal movimento. Così ha fatto Cesare Ronconi, che firma la regia invisibile della seconda parte della Trilogia della gioia. Così ha fatto Mariangela Gualtieri, la cui poesia stavolta non si è liberata in versi, ma è stata imprigionata dal silenzio.

Morbidi panneggi azzurri e sottili teli neri delimitano un luogo astratto, solcato da luci verticali e dal fioco bagliore di lampade, attraversato da sonorità elettroacustiche e percussive, abitato da creature con bocche mute e fisicità espressive.

Rapite da un incanto misterioso, mosse da un’energia oscura, interiore, da assaporare a occhi chiusi, Silvia Mai, Chiara Orefice e Sveva Scognamiglio, precipitano adagio in una momentanea quiete, incidono in punta di piedi uno spazio che non può essere conquistato, riversano sul nudo terreno gomiti e ginocchia, seni e guance, mani e spalle, accompagnate da ritmi che graffiano l’aria come gesso sulla lavagna, e scalfiscono teneramente la pelle.

Sono scosse da fremiti quelle figure androgine, strette in abbracci d’affetto, sfiorate da carezze di sensualità, assoldate in lotte di carnalità. Si fanno trainare da piccoli carretti, portare in alto come trofei e catturare da delicati girotondi, si affidano una alla forza dell’altra con sorrisi sbavati e sguardi sfocati. E se in alcuni momenti c’è un voglioso cercarsi, un attrarsi e respingersi, un aggressivo dominare e un arrendevole essere dominate, in altri c’è un desiderio di estraniarsi, un necessario ritrovare se stesse.

È un gioco segreto, il loro, una danza intima, e quell’intensità sentita dalle tre performer resta saldamente avvinghiata ai giovani corpi, non squarcia l’impercettibile quarta parete. Le cadute, gli incontri, i palpiti, le corse, formano un’immagine poetica ma lontana, rinchiusa in una sfera di vetro. Il nuovo spettacolo della Valdoca riempie gli occhi e penetra nelle orecchie, si fa osservare e ascoltare senza lasciarsi vivere.

Rossella Porcheddu

Pubblicato su Che teatro fa, blog autore Repubblica.it

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