Rayahzone: un intreccio di passioni umane e tensioni spirituali

rayahzone_035CDan AucanteRayahzone

Ideazione e coreografia Ali Thabet, Hèdi Thabet Con Ali Thabet, Hèdi Thabet, Lionel About Direzione musicale Sofyann Ben Youssef                      Voci Soufi tunisine Mehdi Ayachi, Mourad Brahim, Nidhal Yahyaoui, Walid Soltan

Equilibrio – Festival della nuova danza

Auditorium Parco della Musica – 5 febbraio 2013

 

Un impasto di musica e danza. Un intreccio di passioni umane e tensioni spirituali. Un viaggio che non porta lontano, che racchiude in un cortile spoglio squarci di vivere comune, che ci pone di fronte alla nostra condizione di individui. Ideato e coreografato dai fratelli Ali e Hèdi Thabet, che salgono sul palco con un terzo danzatore e cinque voci soufi, Rayahzone è uno spettacolo intenso e commovente.

Un suono sommesso si insinua nel buio, mentre una luce fioca accompagna l’ingresso in scena di una figura animalesca che si aggira malinconicamente nello spazio. Quando il canto si fa corale inizia una danza lenta, fatta di corpi che si trascinano e si sostengono, che si toccano e si congiungono. Il pas de deux tra il fisico perfetto di Ali e quello imperfetto di Hèdi, straordinario artista senza una gamba, si tramuta, con l’entrata di Lionel, in un pas de trois energico, scandito dal battito ritmico dei tamburi. Una forza mistica guida i danzatori in un continuo attrarsi e respingersi, un aggrapparsi e arrampicarsi, uno stringersi e (ri)conoscersi.

Il movimento, suadente, vigoroso, acrobatico, conquista le superfici orizzontali e quelle verticali, l’essenzialità della strada e la nudità dei muri, la precarietà delle impalcature e il digradare delle terrazze, per una coreografia libera, necessaria, vitale. Ci sono porte che si affacciano su interni che emanano calore di casa e confusione di bottega, ci sono abbracci fraterni, intimi e struggenti, c’è la sensualità di corpi maschili che si sanno sfiorare senza malizia, c’è il ricordo, affidato a scritte sulla pietra, dei compagni migranti, “uccelli dal volo desueto”, e delle fiamme nell’isola di Lampedusa.

Quello spazio neutro, corte di una medina tunisina o interno di una qualsiasi periferia, conosce il ritrovo di una piccola comunità, che cammina sui tetti e si accovaccia per terra, che guarda il cielo in preda a sogni e pensieri, che si abbandona al respiro del canto. Un’umanità che affronta, cullandolo, il dolore della morte, che gode delle follie e delle normalità, degli incontri e delle perdite. Ogni istante è sentito profondamente nella pelle e assaporato nella voce, è unico e irripetibile. Chiede una canzone soufi: se sei felice in un momento, quel momento è la tua vita?

Rossella Porcheddu

Pubblicato su Che teatro fa, blog autore Repubblica.it

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