Orestea: un inferno di sangue nella casa degli Atridi

Foto di Valeria Tomasulo

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Orestea. Uno studio

Regia Paolo Zuccari
Con gli ex allievi della scuola Teatro Azione
Scene Francesco Ghisu
Costumi Marta Genovese
Disegno luci Hossein Taheri
Consulenza al movimento scenico Luca Ventura

Teatro Sala Uno, Roma
18 gennaio 2013

Entrano da tutte le parti, a quattro zampe, come primati di cui si percepisce solo il respiro affannato e l’incedere veloce; una forza ancestrale li spinge verso il centro del palco dove i corpi seminudi di questi uomini e donne che il vizio ha reso amanti e assassini animaleschi, si ammassano l’uno sull’altro a formare un unico cumulo di umanità devastata. Il rosso delle luci e il nero delle Erinni, personificazioni della vendetta, preannunciano l’inferno di sangue che bagnerà il Palazzo di Agamennone e sul quale la regia di Paolo Zuccari punta per una rivisitazione della trilogia eschilea che diventa un thriller noir dove Elettra, figlia odiata e ingannata dalla madre Clitemnestra, impugna una moderna pistola e indossa Dottor Martens. L’attualizzazione degli abiti e di alcuni oggetti non tradisce però l’impianto classico della tragedia di Eschilo che rimane tale nel linguaggio e nella funzione dei protagonisti e del coro.

Foto di Valeria Tomasulo

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Gli ex-allievi della Scuola Teatro Azione si muovono all’interno della casa degli Atridi, il Teatro Sala Uno di Roma nella cornice architettonica della Cripta della Scala Santa, tra pannelli che si aprono, muri dai quali risale, come dalle viscere della terra, la voce del Re ucciso, porte che restituiscono cadaveri vittime della passione e degli intrighi, in un alternarsi di scene rese concitanti proprio dalla scenografia di Francesco Ghisu. Tuttavia se all’inizio il rincorrersi degli attori sul palco, e lo sbattere violento delle mani sulle pareti trovano senso nell’urgenza di comunicare e anticipare il carattere tumultuoso della vicenda, il continuo ripetersi fa scemare nel pubblico l’entusiasmo iniziale, e le immagini  di grande impatto visivo si perdono progressivamente in una recitazione eccessivamente urlata. La scena finale, restituendo ritmo ed energia alla rappresentazione, è di nuovo un ballo tribale, una danza spietata che non ha vinti né vincitori.

Sara Patriarchi

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Informazioni su Alice Gussoni

Mi piacciono le storie, le simmetrie e l'orizzonte degli eventi. Odio la parola hobby, le persone ipocrite e quelle che hanno paura di tutto ciò che non conoscono.

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