Refuse the hour/Vertical Thinking: il Tempo secondo Kentridge

refuse3Il tempo, un concetto trasversale che può rendere il mondo incredibilmente piccolo e immensamente grande. Per William Kentridge, che ha presentato il suo Refuse the Hour al Romaeuropa Festival 2012 in prima nazionale, il tempo sembra essere un mezzo per attraversare lo spazio, il quale si definisce in base a esso, nel senso che circoscrive attraverso il suo scandirsi i proprio confini. E cosa c’è di più relativo del concetto di tempo? In base a cosa noi sappiamo che un minuto è passato o che un anno è appena iniziato? Così lo spazio, esplorato attraverso il tempo, esplode letteralmente attraverso l’immaginifico mondo creato da Kentridge, fatto di creature, macchinerie, disegni e progetti che evadono il luogo usuale di appartenenza, entrando a far parte di una drammaturgia cangiante, che dal palcoscenico del Teatro Argentina invade gli spazi museali del MAXXI all’interno della mostra Vertical Thinking. vertical 3Un’opera quindi che si svolge attraverso due momenti interconnessi in grado di sussistere come parti autonome di significato. Lo spettacolo vero e proprio e l’esposizione dei suoi apparati scenici, che però inventa al suo interno nuove drammaturgie e narrazioni inedite, attraverso l’esplorazione orizzontale di quello spazio/tempo fantastico creato dal drammaturgo sud africano.

Personaggi che vivono fuori e dentro la scena, sullo schermo e nei bozzetti e riprendono i motivi portanti di una drammaturgia che esplora i confini del tempo, attraverso una ripetizione mai uguale a se stessa. Così refuseDada Masilo, la ballerina originaria di Johannesburg, città natale dello stesso Kentridge, che da figurina fatta solo di ombra e luce esplode sul palcoscenico in una carnalità festosa e terribilmente umana. La sua è una gestualità che riesce a mescolare in modo fluido l’eleganza algida della danza classica alla sensualità espressionistica delle danze tribali africane. L’intera ambientazione scenografica a teatro mantiene un aspetto di caloroso raccoglimento, come un paese delle meraviglie in cui persiste l’incoscienza di una possibile minaccia: l’ambientazione anni ’30 e i riferimenti a Oskar Schlemmer e alla Bauhaus creano questa futuristica Repubblica di Weimar, come avrebbe potuto o voluto essere prima della fine. Se da una parte dunque si percepisce bene l’aspetto onirico di questa fabula, dall’altra è il sottofondo di minaccia percepito che conquista nella sua messa in scena, creando una sensazione indefinibile, simile a quella che si prova quando fuori piove e il calore delle coperte sembra essere l’unica difesa contro una minaccia invisibile.

Esiste, inoltre, una costante tensione rivelata dal contrasto musicale fra la calda voce di Bahm Ntabeni, l’immensa “mama” nera, figura topica nell’infanzia d’oltreoceano, e Joanna Dudley, altro topos infantile riconducibile alla spigolosa “tata inglese”, che dimostra grandissime doti canore al pari della sua antagonista. Il complesso di fiati e percussioni completa questo melting caricandolo di una veste surrealista, in cui si intromettono le parole recitate da Kentiridge stesso, senza integrarsi mai completamente. refuse4L’opera teatrale infatti non riesce a raggiunge lo stesso equilibrio tra estetica e narrazione che invece si trova nella proiezione multipla sulle cinque pareti del MAXXI, in cui la parte onirica prende il sopravvento sulla logica del testo teatrale. Cosa accade dunque durante lo spettacolo? Perché i monologhi recitati dal regista e drammaturgo non scorrono via veloci come le immagini che li accompagnano, ma sembrano invece appesantirsi in lunghe riflessioni poco adatte al ritmo teatrale che le dovrebbe sostenere?

La sua ricerca, che si avvale anche della prestigiosa collaborazione con lo storico della scienza Peter Galison, prova ad affrontare in modo ironico lo sviluppo del senso del Tempo, attraverso citazioni accademiche, ricordi d’infanzia e mito greco. Ma lo svolgersi lineare è invece più volte interrotto da questo fiume di parole, che si allarga nei pertugi di una scenografia imponente, la quale da sola meriterebbe un’ora di silente contemplazione. Risulta invece più efficace allo scopo il modellino che si ritrova al MAXXI, forse perché, proprio in virtù delle sue caratteristiche fittizie, realizzate con la sovrapposizione di quinte di cartone, rivela quel senso ludico che sembra essere alla base dell’intero progetto. Il gioco che nello spettacolo Refuse the Hour emerge, purtroppo solo sporadicamente, raggiunge la stessa forza solo nelle sequenze digitali, realizzate attraverso una raffinata desaturazione che fa acquisire alle ombre cinesi caratteristiche tridimensionali particolarmente accattivanti.

verticalIl “rifiuto” dunque, quello che fin dal titolo pone una negazione allo scorrere del tempo, o almeno al suo abbandonarvisi languidamente, diventa una frammentazione che ha dei chiari richiami dadaisti. L’interruzione e la sovrapposizione di elementi distonici, come le voci delle due cantanti che attraverso megafoni sovrappongono le stesse parole, pronunciate in modo normale e invertite, o il continuum dallo schermo alla scena della sarabanda dei musici e ballerini, sono tutti elementi che cercano una negoziazione con il panta rei eraclitiano, nel tentativo di far emergere l’impossibilità di cogliere questo flusso nel suo insieme se non attraverso un confuso affollamento di singoli frammenti. Peccato quindi che a teatro siano proprio le parole a impedire questa intuizione, che la sua rappresentazione simbolica riesce invece a cogliere in modo davvero toccante.

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