WORDSTAR(S): Beckett alla maniera di Beckett

giovani critici / wordstar(s) (a.g.)

Pagliai Ale Albertin foto Marco Secchi

WORDSTAR(S)
Teatro Stabile del Veneto
di Vitaliano Trevisan
con Ugo Pagliai, Paola Gassman, Paola di Meglio, Alessandro Albertin
regia si Giuseppe Marini
Teatro Vascello
dall’8 al 20 GENNAIO 2013

Un testo beckettiano per omaggiare il suo teatro e raccontare gli ultimi giorni del drammaturgo irlandese, vecchio, ormai solo, e affetto da una senilità delirante e ossessiva. In questo modo Vitaliano Trevisan, che firma la drammaturgia, ha voluto fotografare l’impressione personale di quegli ultimi momenti, inserendo personaggi reali, la moglie e l’amante, che ricalcano quelli immaginari delle opere di Samuel Beckett: Winnie, la moglie semi-sepolta dalla sabbia di Giorni Felici, è ricordata dalle posizioni impossibili di Paola Gassman, che interpreta sulla scena il fantasma della moglie di Beckett, bloccata in un armadio prima e dentro un frigorifero poi. La citazione di Va e vieni, con le tre zitelle con un cappello paralume, si ritrova nella figura dell’amante, Paola di Meglio, la donna/abat-jour, così come la scenografia, che porta le tracce delle sue opere più significative; come la scrivania di Krapp, l’albero di Godot, e altre ancora, alcune più sottili, nascoste tra le pieghe dei dialoghi, ossessioni che forse appartengono allo stesso Trevisan. Come la figura ad esempio grottesca del critico, Alessandro Albertin, destinato a essere lo storico dell’intellettuale, immancabilmente incline a fraintendere, e quindi mistificare, ogni suo sforzo creativo.
p di Meglio e P Gassman foto M Secchi (1)Una trama stratificata, messa in scena con abilità da Giuseppe Marini, cui sarebbe possibile applicare più lenti di lettura, e che nello stesso tempo si conferma un classico fin dal principio, proprio per questa sua capacità cangiante di farsi leggere e reinterpretare. Non manca infine di stupire la capacità di Ugo Pagliai nell’interpretare la demenza di Beckett, vecchio e malandato, ma ancora pieno di parole, quelle che per una vita ha cercato di legare con un filo speciale, lo stesso destinato a unire le stelle, avvicinate alle lettere fin dal titolo WORDSTAR(S), in cui si fa riferimento sia ai corpi celesti che al programma di scrittura utilizzato dai primi computer. Se scrivere è progettare un silenzio, come dichiara sul finale Beckett, si intuisce che l’autore-architetto di questo spazio silente presupponga un ascolto, l’unico spazio in grado di accogliere e farsi carico delle altrui riflessioni. Di chi, ovviamente, è solo superfluo sapere.
Alice Gussoni (33)

(pubblicato su Che teatro fa, blogautore Repubblica.it)

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