Siamosolonoi: tra storie da vivere e favole da inventare

DSC_1845Per strada c’è la guerra, scoppiano le bombe, impiccano le persone sole. In casa ci sono giochi da fare, dolci da sfornare, sogni da tacere. Fuori c’è l’ignoto, orribile o allettante, dentro c’è il conosciuto, rassicurante ma asfissiante. Come il pavimento a scacchi della grande cucina costruita da Fabrizio d’Arpino, così Siamosolonoi vive di alternanze: tra esterno e interno, realtà e fantasia, verità e menzogna.

Intermittenti luci natalizie illuminano le sagome di Savino e Ada, piccoli tra ingombranti elettrodomestici, bloccato dalla paura del buio lui, immobile sopra il frigorifero lei, ginocchia piegate e braccia lungo i fianchi. Quando la scena si accende rivelando pareti piastrellate e sedie giganti, il bambino, calzoni corti e fiocco da scolaretto, e la bambola, ampio vestito rosso con cuori e merletti, iniziano una danza acrobatica di rincorse, salti, cadute, e un duello verbale, fatto di allusioni e omissioni, ripicche e smancerie.

DSC_2193Tra tavoli da scalare e pranzi da preparare, scorrono le fasi della vita: il passaggio dall’infanzia, con capricci e amici di pezza, all’adolescenza, con miraggi di libertà e baci rubati, e il pensiero incombente dell’età adulta, con divani da cambiare e cravatte da annodare.

È impeccabile l’immagine, sporcata da un’unica chiazza di sangue che sembra alludere alla morte dell’anima più che a quella del corpo. Sovraccarica, la scena, di luci, quelle tenui che definiscono i contorni e quelle violente che evidenziano i momenti di maggiore intensità. È monotona la struttura, forse a voler sottolineare la piattezza della vita domestica. Sono ricche di sottintesi le parole di Matteo Andreoli, malinconici e inquietanti i suoni, congelati i sorrisi di Savino e Ada, coppia incapace di bastare a se stessa.

Prigioniera di un mondo apparentemente perfetto, che ricorda quello tratteggiato da Tiziano Sclavi e disegnato da Corrado Roi in un albo di Dylan Dog e quello dipinto da Gary Ross in Pleasantville. Ma se in questi due universi il tempo sembra essersi fermato, non esistono confini e le strade si riavvolgono come un nastro di Möbius, la cucina del Circo Bordeaux non è circondata dal nulla. Messaggi arrivano su aeroplani di carta, rumori giungono alle orecchie, desideri di fuga riempiono l’animo. Fuori ci sono storie da vivere, dentro favole da inventare. Fuori c’è il mondo, dentro ci siamo solo noi.

Rossella Porcheddu

 

Pubblicato su Che teatro fa, blog autore Repubblica.it

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