Non si uccidono così anche i cavalli? L’America della Grande Depressione sul palco dell’Argentina

Foto di Marco Caselli Nirmal

Si mescolano al pubblico che prende posto in platea, in galleria e sul palco, circondando la pista da ballo. Hanno valigie di cartone, abiti lunghi, vecchi cappotti, cappelli consumati. Sono di provenienza russa, italiana, spagnola, vengono dal Texas e dall’Alaska, sono immigrati dal vecchio continente ma abitano nel nuovo mondo. In comune hanno la miseria, la voglia di sfondare nello spettacolo e l’ambizione di guadagnare 1500 dollari, primo premio di una maratona crudele, che dura giorni interi, che prevede danze ininterrotte, brevi pause e rapide abbuffate. Sono vittime della Grande Depressione che ha schiacciato l’America degli Anni Trenta, giovani squattrinati che potrebbero vivere oggi, per le difficoltà di sbarcare il lunario, per l’incapacità di sfamare i propri figli, per la ricerca ossessiva di fortuna e notorietà.

Foto di Marco Caselli Nirmal

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Non c’è volontà di attualizzazione in Non si uccidono così anche i cavalli?, andato in scena in un teatro Argentina invaso da bandierine a stelle e strisce. Le musiche, adattate da Gianluca Pezzino e suonate dal vivo, sono dell’epoca, le parole sono quelle che Horace McCoy ha scritto nel 1935, la storia è la stessa che Sidney Pollack ha portato sul grande schermo nel 1969. Ma la corsa disperata verso la fama, la condivisione delle ferite esistenziali, la perdita delle speranze e la mortificazione dei sogni, ricordano la giostra mediatica dei giorni nostri. “Ogni coppia una storia” dice l’inarrestabile presentatore, mentre si esibiscono girovaghi e anabattisti, ergastolani e lupi di mare, donne incinte e ragazze arrabbiate, mentre fioriscono gli amori, si consumano i tradimenti, si innescano risse, si calpestano le altrui debolezze.

Foto di Marco Caselli Nirmal

Foto di Marco Caselli Nirmal

È felice il connubio tra gli attori del Teatro Due e i performer del Balletto Civile, dialogano la regia di Dall’Aglio e la scrittura fisica della Lucenti, perfetta nei panni del brutto anatroccolo che si trasforma in cigno. E se in alcuni momenti la ripetitività rischia di far calare l’attenzione, la reiterazione è funzionale al meccanismo scenico, che restituisce in due ore la determinazione e l’energia iniziali, la progressiva perdita delle forze, la spossatezza, la disperazione, la morte. Quella che colpisce il corpo sfinito del vecchio marinaio, rimosso dalla pista senza troppo clamore, e quella invocata dalla bionda sprezzante, disillusa, stanca della vita, uccisa per pietà, come si uccidono i cavalli. Un colpo secco di pistola, pochi secondi di silenzio. La sirena suona, la danza riprende: la lotta per la vittoria può continuare.

Rossella Porcheddu

Pubblicato su Che Teatro fa, blog autore Repubblica.it

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