The dead: il meccanismo nostalgico di Città di Ebla

m09_061-copia_w415_h380Una donna persa nei suoi pensieri. Una donna accarezzata dai ricordi. Una donna che sente sulla pelle i suoi fantasmi. Non è Gretta, protagonista di quella storia borghese che chiude i Dubliners di Joyce, moglie adorata, sposa aggraziata, fragile bambina trascinata nel passato dal suono di una canzone. Quello che Valentina Bravetti fa rivivere sul palco del Palladium, in conclusione di Romaeuropa 2012, non è un essere sconvolto da una commozione improvvisa, ma un’elegante, sensuale figura femminile che si fa attraversare da un’emozione. Claudio Angelini ruba alle ultime pagine di The dead, scritto un secolo fa, una scintilla, un bagliore, un turbamento che Luca Di Filippo restituisce al pubblico sotto forma di fotografie, scattate in tempo reale.

Il sipario si apre su uno schermo (che abita il proscenio) su cui vengono proiettati dettagli, primi piani, sequenze della scena che si svolge dietro la sottile patina bianca. Velo che avvolge di mistero, veste di nostalgia l’azione sbiadita, i movimenti lenti, i gesti intensi. Riparo per l’occhio indiscreto che osserva la camera da letto, invade l’intimità, sfiora con l’obiettivo i capelli, il viso, il corpo.

Resa ancor più coinvolgente dalle musiche di Franco Naddei, sporcata dai suoni, dai rumori che escono dalle casse, quasi elementi di disturbo, costellata di poche, pochissime frasi, che arrivano come un’eco lontana, quella raccontata da Città di Ebla non è una storia sorprendente, non è una vicenda straordinaria. Ma è l’ordinario, quotidiano sussulto dell’anima che precipita in un ricordo.

Q3LettoAlto-2133 copiaMentre si compongono e scorrono le immagini sul flebile schermo ci si interroga sulle connessioni tra fotografia e teatro, e si pensa la performance in un luogo diverso da quello che l’ha accolta: un’installazione potrebbe sostituire e avere lo stesso significato dell’atto teatrale?

In uno spazio espositivo, forse, il fruitore sarebbe portato a un passaggio frettoloso, attirato da un fotogramma, colpito da un’espressione, ma potrebbe anche soffermarsi, seguire lo svolgersi dell’azione. Nello spazio scenico, invece, si gode della presenza reale dell’attrice e del fotografo, e c’è l’unicità e la non ripetibilità dei gesti e degli scatti, che pure seguono una sequenza ben precisa e cercano, anche nell’immediatezza, di restituire una buona qualità fotografica.

In un caso e nell’altro si può essere inevitabilmente chiamati in causa, intimamente rapiti, profondamente turbati. Se l’intento di Città di Ebla è quello di parlare, per immagini, a ogni singolo spettatore, di far scattare un meccanismo nostalgico, ciò è avvenuto. Il vecchio baule (quello che campeggia nello spazio scenico) si è aperto, ha rivelato il vissuto, palesato una mancanza.

Rossella Porcheddu

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