Sadeh 21: una divagazione sulla danza e sull’universo

In una scena vuota e asettica il fondale chiaro si staglia a metà palco e prosegue alle estremità fino al proscenio, definendo un modo netto il perimetro dello spazio scenico. Sulle pareti laterali di questo muro si aprono le quinte, fenditure tanto strette da far passare un ballerino alla volta. Tutto è esteticamente ordinato ed essenziale; nulla distrae l’attenzione dai diciotto danzatori della Batsheva Dance Company, coreografi assieme a Ohad Naharin di Sadeh 21, in scena all’Auditorium Conciliazione venerdì 9 novembre all’interno del programma del Romaeuropa Festival 2012.

Uno alla volta entrano in scena, si esibiscono ognuno in una propria frase coreografica, ed escono lasciando spazio al danzatore successivo. Così si apre il primo dei dieci sadeh, “campi”, esplorati in questo spettacolo, vera e propria divagazione sulla danza e sull’universo. Lo spettatore si trova di fronte a creature ora umane, ora animalesche, ambientazioni terrene o lunari, atmosfere inquietanti o rilassanti, delicate o aggressive. Sadeh 21 contiene tutto questo.

Importantissimi il disegno luci (di Avi Yona Bueno) e le musiche (di Autechre & The Haf, David Darling, Brian Eno & Harold Budd, Jun Miyake, Johann Pachelbel e Angelo Badalamenti) usati magistralmente per creare i cambi d’ambientazione e d’atmosfera, per stimolare l’immaginazione dello spettatore.

Nodo centrale di questo lavoro della Batsheva Dance Company è la sperimentazione corporea e, in alcuni punti, vocale. Tutto è comunicato attraverso il movimento da cui emerge lo stile unico e originale del Gaga, metodo elaborato da Ohad Naharin. Colpisce in particolare come riescano a passare repentinamente da grandi posizioni in contrazione ad allonge infiniti e sinuosi; come, a partire da andamenti “dinoccolati”, apparentemente fuori da ogni controllo, recuperino immediatamente il contatto stabile con il pavimento.

Sadeh 3 è forse la sperimentazione più esemplare: una danzatrice in proscenio, rivolta verso il pubblico, declama una serie di numeri apparentemente insignificanti, ma che diventano “ordini coreografici” che i cinque danzatori in scena eseguono. A seconda della serie da lei composta si dispongono in gruppi di uno, due, tre, quattro o cinque, senza mai smettere di danzare se non quando, raggiunta una velocità insostenibile, il gioco va esaurendosi in modo naturale.

Assoli, pas de deux, pas de trois e pezzi d’ensemble coesistono, o si susseguono, senza soluzione di continuità entro il rigoroso spazio delimitato dal muro, che smette di essere un confine invalicabile solo alla fine, quando un danzatore emerge dalla metà di palco retrostante questo fondale. Tuffandosi improvvisamente all’indietro, nel vuoto, lascia senza fiato. Uno dopo l’altro anche agli altri danzatori fanno lo stesso. Un gesto semplice, ma di grande impatto, che dopo lo shock iniziale fa crescere sempre più una sensazione di liberazione, anche negli spettatori.

Annalisa De Carlo

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Informazioni su Alice Gussoni

Mi piacciono le storie, le simmetrie e l'orizzonte degli eventi. Odio la parola hobby, le persone ipocrite e quelle che hanno paura di tutto ciò che non conoscono.

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