Call me God, l’urlo isterico dell’uomo nel mirino

Assassini seriali, complotti, politica, terrorismo, patriottismo, televisione: Call me God è l’anarchia della civiltà schiava delle proprie emergenze, delle tanto agognate difese, della serenità individuale furiosamente scavata nell’angoscia dell’altro. Un testo a otto mani di Gian Mario Cervo, Marius von Mayenburg (anche regista), Albert Ostermaier e Rafael Spregelburd, portato sul palco del Teatro Argentina per il Romaeuropa  Festival, che si onera dell’ingrato compito di urlare in faccia al pubblico la rovina morale di una realtà sempre più reality, in tempi di intelligence e stati eccezionali.

Nel 2002, l’America fu sconvolta da alcune agghiaccianti uccisioni a caso tra la folla, dieci per la precisione, con l’intento di costruire uno spaventoso parallelo tra l’occhio del mirino e l’occhio di Dio; i due cecchini, John Allen Muhammad e Lee Boyd Malvo, divennero famosi come i Beltway snipers attacks. Entrambi in scena, rivivono le loro prodezze ritrovando le proprie vittime, tra presente e passato, reale e onirico, drammatico e grottesco.

Le quattro firme autoriali, prodigiosamente fuse tra loro in un coro che spazia dal ritratto intimo all’isteria collettiva da propaganda nazionale, riescono, non senza qualche lungaggine, ad allestire una (im)possibile summa degli orrori contemporanei, dove violenza e cinismo dominano un calderone di umori dal quale è arduo uscire illesi.

La formula narrativa (se di narrazione si può parlare) tra il serio e il faceto, infatti, neutralizza ogni velleità didascalica in onore di un progredire degli eventi a forte valenza schizoide che, per quanto travolgente in prime battute, attracca spesso in situazioni tragicamente e ironicamente credibili dove, più che l’uomo moderno, ad essere oggetto di satira (acuta e ferocissima) è l’uso dell’oggetto-uomo nella società del pro/regresso.

Le tante domande sul diritto alla sicurezza che lo spettacolo porta in luce non restano soffocate da uno stile registico gustosamente iconoclastico, in cui citazioni cinematografiche (il monologo allo specchio de La 25ª ora, l’invadenza ai limiti del mitico dei mass media di Natural Born Killers) e sfottò televisivi (dal medical drama al crime fino ai talk show del dolore) e musicali (Beyoncé e Tu vuò fa l’americano) convivono all’interno di un percorso in cui i sentimenti di denuncia raggiungono notevoli livelli di spessore, anche per merito della straordinaria bravura dei quattro attori in scena (Katrin Röver, Genija Rykova, Thomas Gräßle, Lukas Tutrur), provenienti dal Residenztheater di Monaco di Baviera.

Call me God non è una pretesa, né un’ambizione, ma un nervoso urlo di alienazione.

Giuseppe D’Errico

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Informazioni su Alice Gussoni

Mi piacciono le storie, le simmetrie e l'orizzonte degli eventi. Odio la parola hobby, le persone ipocrite e quelle che hanno paura di tutto ciò che non conoscono.

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