Imitationofdeath di Ricci/Forte, la morte dei corpi seriali

IMITATIONOFDEATH

drammaturgia Ricci/Forte

movimenti Marco Angelilli

regia Stefano Ricci

con

Cinzia Brugnoli, Michela  Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Simona Genna, Fabio Gomiero, Blache Konrad, Liliana Laera,  Piersten Leirom Lucat, Mattia Mele, Silvia Pietta, Andrea Pizzalis, Claudia Salvatore, Giuseppe Sartori,  Simon Waldvogel

Teatro del Vascello, Roma, 25, ottobre 2012

È cosa rara che durante uno spettacolo si abbia la chiara percezione di aver intrapreso un percorso all’interno della vita di un qualcuno, e che non esista quel naturale e culturale limite prefissato che impone una distanza e un certo pudore nell’invadere lo spazio altrui. In Imitationofdeath, al contrario, l’esperienza personale diventa un pezzo di carne che viene strappato da sé e scagliato con violenza sul tavolo del macellaio, pronto per essere fatto a pezzi e diviso tra gli ospiti. Così, nell’ultimo lavoro di Ricci/Forte presentato al Teatro Vascello di Roma all’interno del Romaeuropa Festival, si intrecciano due linee intrise dello stesso dolore: quella più esplicita di ricerca sulla reazione umana alla morte – che diventa manifestazione di una contemporaneità in decomposizione – e quella meno evidente ma profondamente percepibile di indagine dell’altro, che scaturisce una sorta di voyeurismo – accolto e ricambiato – che genera una proiezione chiarificatrice di noi stessi. Un’identificazione reciproca quindi, che genera un processo di riconoscibilità e scoperta individuale, portando – al termine – a una più serena liberazione emotiva. L’impatto è come sempre immediato. La scena è lì, pronta, un tappeto di corpi distesi illuminati dal neon. Una serie di uomini e donne indistinti su un unico letto da obitorio che respirano all’unisono in sacchetti di carta, come presi dal tentativo di non lasciarsi andare alla perdita di sensi, di non cedere alla morte. Uno ad uno tentano di tornare alla vita, lottando violentemente contro la forza di una contrazione viscerale e sconnessa che li unisce in tempi diversi, facendoli risuonare al suolo ad ogni caduta. Emerge così un esercito di figure uniformate da un’esteriorità di intimo e tacchi alti, in cui l’evidente ripetizione della struttura non lascia spazio ad alcuna possibilità di specializzazione. Ogni individuo è simile all’altro, l’unica differenza apparente rimane quella sessuale che però perde valore nella serialità. “Ognuno è diverso, ognuno è uguale” è ciò che sembra gridare il gruppo di neo-generati, che non perde tempo e si lascia andare a una mazurka, per dimenticare e dimenticarsi. La danza circolare assume sembianze inquietanti, sotto la regolarità di sorrisi fissi e movimenti meccanici, ma si evolve poi in una trasformazione collettiva, una nebulosa scomposta di corpi, che dall’unicità convenzionale di tacchi e lingerie inizia a mostrare la propria speciale individuale mostruosità. L’intero spettacolo è un collage di piccoli frammenti che uniscono l’umanità tutta, siamo guidati  con delicata determinazione all’interno delle nostre più oscure paure e meschinità, senza protezioni e senza veli. Un profondissimo lavoro di apertura e di scoperta dell’altro, che è emerso in molti laboratori della compagnia finalizzati sì alla ricerca di performer, ma al tempo stesso all’affinazione di un meccanismo conoscitivo che ha permesso di creare in sala un rito collettivo di introspezione e di accettazione del dolore. Ricci/Forte mostrano le trappole della nostra contemporaneità, senza giudizi, ma sollecitando quella luce dell’autocoscienza che a volte si affievolisce.

E ripetono: “La morte non è ancora arrivata. Rifletti. Non sei solo”.

Claudia Quaglieri

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