Soprattutto l’anguria: per affondare il coltello nella vita

Nella serata di sabato 13 ottobre, il Romaeuropa festival ha proseguito il suo programma con la prima nazionale di Soprattutto l’anguria, dramma di Armando Pirozzi messo in scena al Teatro Argentina di Roma con la regia di Massimiliano Civica. La vicenda è semplice nella sua struttura drammaturgica: un uomo (interpretato da un comicissimo Luca Zacchini) raggiunge il fratello minore (sorretto dalla presenza scenica di Diego Sepe), per notificargli la recente morte del padre e usare la notizia come il pretesto per provare a riallacciare i rapporti con il parente, reclusosi da anni in una tenuta nella giungla e in un rancoroso mutismo. Cominciano così una serie di tentativi comico-tragici di entrare in comunicazione con l’amato parente, che risultano però sempre frustrati dai silenzi ostinati dell’altro, o al massimo ricambiati di tanto in tanto da alcune gesti d’insofferenza, sbuffi, risate di scherno o d’isteria, se non addirittura di manifesta violenza. Dato il suo carattere aperto e dichiaratamente allusivo, il testo non si presta a un’interpretazione che muove dai fatti raccontati, del resto non è chiaro neanche se la notizia che dà avvio alla vicenda sia veramente accaduta di recente. Il lungo delirio verbale del protagonista infatti sembra lasciare più volte intendere che sia stato lui in passato la causa della morte del padre, e dunque che il reale obiettivo sia la ricerca del perdono da parte del fratello. Una lettura allegorica di quest’opera partendo dall’analisi della battuta chiave “mangio soprattutto l’anguria”, pronunciata a metà spettacolo da Zacchini, lascia meglio intendere la sua dimensione poetica. Da cosa dipende dunque la sua predilezione per questo frutto? Tale preferenza costituisce un evidente sintomo del ruolo di cui il personaggio è investito e cioè quello dell’artista che cerca di superare il guscio esterno delle cose per condividere la parte più vera della vita, quella che si cela nei rapporti intimi. Si potrebbe dunque concludere che ama l’anguria perché è l’analogo della vita: un frutto saporito e capace di nutrire molti affamati, ma solo a condizione che se ne rompa la dura quanto immangiabile scorza esterna. Da un lato, infatti, il protagonista afferma sovente di voler abbattere il muro di silenzio che il fratello ha eretto e impedisce di instaurare una relazione affettiva; in altre parole, usa la parola come una sorta di coltello mediante cui arrivare alla tenera polpa della fratellanza. Dall’altro, egli cerca di ritrovare un’intesa per soddisfare un bisogno più alto, vale a dire quello di trovare pace alla sua inquietudine e con esso un pianto capace di ‘inondare’ i membri della famiglia sparsi per il mondo, così da rinfrescarli e colmare la loro asciutta solitudine. Ammesso che questa lettura sia plausibile, ne discenderà che Soprattutto l’anguria veicola un potente messaggio agli spettatori. L’opera ci inviterebbe ad assumere nei riguardi della famiglia (o, più in generale, di fronte alla vita) un atteggiamento da artisti, interessati a cercare attraverso l’attività spirituale i mezzi per placare il dolore degli uomini e raggiungere la felicità che ci neghiamo dissennatamente, arroccandoci su rancori pregressi. E farebbe dell’anguria il simbolo della dolcezza che si godrà con l’infrazione delle barriere che giorno per giorno allestiamo. Fatto presente questo, resta solo da porre un’ultima domanda. Siamo davvero convinti che i tentativi di entrare in relazione con il fratello siano caduti a vuoto, e quindi che tale ricerca artistica sia dichiarata come vana, insensata e destinata al fallimento? La risposta non può che essere negativa. Del resto, subito dopo l’uscita di scena del loquace interlocutore, la controparte silente, il fratello minore, si abbandonerà a un pianto senza rumore, segno che i silenzi dentro i quali si era trincerato erano partecipati e che qualcosa di importante sia avvenuto tra i due, lì in quella giungla dove gigantesche angurie prosperano grasse e rigogliose.

Enrico Piergiacomi

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