Story\Time: la scrittura danzata di Bill T. Jones

Nella sua ultima creazione, ispirata a Indeterminacy di John Cage, la Bill T. Jones/Arnie Zane Company lavora sul tempo e sulla memoria, e sul loro perdurare indeterminato nel movimento. Mettendo in gioco le possibilità interpretative dei ricordi e della loro narrazione, infatti, il coreografo americano schiera attorno a sé un manipolo di nove ballerini, chiamati a tradurre in movimento la mobilità stessa del suo pensiero. In questa esecuzione di gruppo sta la differenza formale dalla performance solitaria e originale di Cage. Se anche Bill T. Jones, come già fece Cage (allora accompagnato al pianoforte da David Tudor), sta seduto a un tavolo al centro della scena e legge le sue short-stories – comprimendo o dilatando la lettura in modo da concedere a ciascuna di esse il minuto stabilito – stavolta attorno al lettore accadono anche altre cose. Accadono movimenti chiaramente legati alla musicalità delle parole pronunciate dal coreografo, oltre che alle musiche di Ted Coffey, ma anche qui solo fino a un certo punto.

In quest’estetica del frammento e dell’istante, in cui le storie da raccontare sono scelte casualmente poco prima della rappresentazione, si parte per ricordare ma anche per accettare di dimenticare. O meglio ci si immette pur attraverso una forma perdurante a confronto con la memoria e coi suoi limiti, con l’indeterminatezza dei suoi confini per tentare di oltrepassarli anche attraverso una scrittura danzata del presente. Story/Time si situa appunto tra il ricordo, un ripensamento del tutto autobiografico di alcuni frammenti scelti di una vita, e il riscaldamento concettuale e fisico – e in questo senso, completamente esteriorizzato – di fatti  e sensazioni situati fra questi due poli. D’altronde qualsiasi storia – anche una storia del tutto personale come quella che il coreografo americano ha deciso di raccontare – è storia pensata, e in questo senso frutto di un’opera di finzione. E la finzione talvolta non ha nemmeno bisogno di parole, ecco perché dopo aver setacciato tra le storie della propria famiglia d’origine ed essere passanti per il ricordo di Arnie Zane, di amici e incontri, di viaggi e coreografie del passato, il tempo sembra sparire e la parola si tramuta in silenzio per lasciar spazio al solo movimento. Seguendo la propria variante al proverbio “You live, you learn, you forget it all and then you die”, Bill T. Jones recita e lascia che i ballerini improvvisino sul detto e sul non-detto, ricreando in strutture armoniche la casualità e l’incoerenza quasi provocatoria del suo racconto.

Ines Baraldi

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Informazioni su Alice Gussoni

Mi piacciono le storie, le simmetrie e l'orizzonte degli eventi. Odio la parola hobby, le persone ipocrite e quelle che hanno paura di tutto ciò che non conoscono.

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