Performance, coreografia e ricerca sonora: conversazione con Michele Di Stefano

Michele Di Stefano è coreografo e performer. Con Biagio Caravano fonda nel 1999 MK, formazione indipendente che si occupa di performance, coreografia e ricerca sonora, oggi considerato uno dei gruppi di punta della danza contemporanea italiana. Quest’anno è ospite dell’ultimo incontro Waiting for DNA di Romaeuropa Festival assieme ad Alessandro Sciarroni. Lo scorso anno, invece, ha partecipato con un interessante progetto del gruppo MK, di cui ci ha parlato.

“L’anno scorso, proprio in questo spazio dell’Opificio Telecom Italia, siamo riusciti a portare un’operazione particolare: Instruction Series. Si tratta di un progetto parallelo agli spettacoli più ‘canonici’, legati a spazi convenzionali. Coinvolge artisti visivi o performers, provenienti da altre discipline o comunque legati alla danza, che accettano di mettere in scena delle situazioni dinamiche, di danza, coreografiche ambientali, trasmesse come informazioni via mail. In un certo senso sono degli eventi in cui non c’è un vero e proprio atto di regia, ma ci sono una serie di possibilità di risposta, da parte di artisti differenti, a una situazione che viene riorganizzata in tempo reale. Devo dire che sia l’utilizzo di questo spazio, in modo particolare, che la risposta degli artisti e del pubblico ci hanno dato un riscontro positivo, siamo molto contenti”.

 È un progetto ancora attivo o concluso? 

“Attivo. È appena finito un laboratorio di dieci giorni che ho tenuto a Bologna con l’artista visiva Margherita Morgantin. Era basato proprio sul concetto delle Instruction Series: io e Margherita abbiamo prodotto un testo, presentato al gruppo di studenti come una specie di sussidiario Agenti autonomi e sistemi multiagente, pubblicato da Quodlibet proprio in questi giorni. Abbiamo utilizzato il modello del sussidiario per passare delle istruzioni e delle informazioni alle quali gli studenti reagivano secondo il loro punto di vista. Si trattava di artisti visivi quindi, anche quando le istruzioni riguardavano processi coreografici, si sentivano liberi di interpretarli in qualunque modo”.

Solo attraverso il corpo?

“No, con qualunque mezzo. È chiaro che il corpo, anche con loro, è diventata una pedina fondamentale di questa operazione”.

Il lavoro che svolge MK ha tre oggetti principali: coreografia, performance e ricerca sonora. A fronte di un progetto come Instruction Series sorge una curiosità: qual è la distinzione tra coreografia e performance?

“In realtà si tratta di una questione legata ai contenitori, cioè ai formati che vengono adottati. La performance permette di lavorare sia in termini temporali, con dilatazioni estreme del tempo, che in termini spaziali, in luoghi interstiziali particolari. La coreografia ha bisogno di un dispiegamento diverso, di una concentrazione diversa, anche se io tengo a non inscatolare i generi in situazioni così schematiche. Preferisco che la coreografia venga contaminata dalla performance e viceversa, tant’è che la performance creata dagli allievi del laboratorio Agenti autonomi e sistemi multiagente, presentata a Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna, nell’ambito della II edizione di Accademie Eventuali della Fondazione Furla, era di fatto una pratica coreografica ricontestualizzata in un ambito performativo. Quindi i confini sono sempre ibridi”.

Oggi il faccia a faccia con Sciarroni: dove è avvenuto il vostro incontro?

“Ci siamo conosciuti per un mio progetto che si chiama Grand Tour, che consiste nell’attraversare gli spettacoli altrui durante i festival. Lui si è mostrato disponibile al dialogo, a cercare insieme il motivo giusto e il tempo giusto per un ingresso in scena. Da questo tipo di apertura è chiaro che nascono confidenze e tensioni positive, quindi seguo con piacere il suo lavoro. Lo ritengo un autore, una persona che si è affermata da poco ma che ha già tante cose da dire”.

Annalisa De Carlo

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Informazioni su Alice Gussoni

Mi piacciono le storie, le simmetrie e l'orizzonte degli eventi. Odio la parola hobby, le persone ipocrite e quelle che hanno paura di tutto ciò che non conoscono.

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