La danza in potenza, Travelogue I di Sasha Waltz

Travelogue I – Twenty to Eight di Sasha Waltz, primo capitolo di una trilogia che nel 1993 ha imposto la coreografa tedesca all’attenzione del pubblico mondiale, viene considerato dalla Waltz come spettacolo emblematico del suo repertorio. La scelta di rimetterlo in scena potrebbe inserirsi in una tendenza che sembra attraversare in modo trasversale questa edizione del festival Romaeuropa, dove anche Bill T. Jones porta addirittura un’antologia dei suoi lavori per festeggiare i 30 della compagnia. In questo caso particolare però quella svolta dalla Waltz sembra un operazione più intimista e meno celebrativa, quasi come si trattasse dello svelamento di un diario segreto, che lei stessa si impone di rileggere in prima persona tornando a danzare sul palcoscenico. Se la scenografia dunque è la stessa di 19 anni fa, con le pareti colorate ormai scrostate dal tempo a dividere lo spazio abitato in comune da quello in bianco e nero della “stanza accanto”, anche parte dei ballerini in scena sono gli stessi della compagnia di quegli anni. Lo spettacolo quindi, composto da appunti veloci, come quelli segnati su un taccuino di viaggio – il travelogue, trasduce queste impressioni estemporanee in passi danzati, una coreografia della cucina e delle sue storie, pur tralasciando la descrizione dei bollori o dei suoi eccessi. Lo spazio è ridotto all’essenzialità di alcuni mobili, cui è evidente la funzione metaforica di frames concettuali – il frigo per la coppia dialettica vuoto/pieno, il tavolo come luogo di incontri e separazioni – che viene attivata da attraversamenti emotivi, segmenti frattali che sprigionano dai corpi trattenuti dei ballerini, che bloccano i movimenti senza mai dare libero sfogo alla forza dinamica dei gesti. Questa sorta di meccanismo a molla, che torna sempre a rimbalzare gli arti violentemente sul tronco del corpo, anche se efficace, non trova lo spazio di un vero incontro con il testo, che se c’è rimane solo punteggiato. Il caos della scena e i suoi elementi ironici, la scenografia e la composizione dello spazio tutto, la musica, le luci, ogni cosa promette di intervenire per sviluppare il crescendo della performance, carica di odi e passioni manifeste che però non permangono: le sensazioni più forti arrivano solo da alcuni gesti, schiaffi inferti più che figure di ballo, colpi rumorosi che sempre però (mal)celano una certa stanchezza di fondo. La danza si intreccia come il filo leggero di una tela che nel rivelare la sua interezza mostra in trasparenza l’affresco di questa comunità, lasciando solo trascendere l’impressione di cosa avrebbe potuto essere: un potenziale quindi, non risolto sulla scena, ma lasciato all’immaginazione che però non basta a colmare quelle frasi mancanti fra gli appunti sparsi del taccuino. La dimensione che si raggiunge quindi è solo impressiva, senza riuscire a graffiare la superficie con la forza di un discorso compiuto. Che manchino gli altri capitoli di Travelogue forse è uno dei punti a sfavore: nella costruzione d’insieme si avrebbe certo avuto modo di sviluppare la profondità dell’immagine, ma forse anche tracciare dei contorni più indicativi sulle singole sequenza, che qua e là fanno intuire la forza eventuale degli incontri che avvengono tra musica, corpi e spazio.

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