Here\After: l’interno domestico di Constanza Macras

Non sono esteticamente perfetti, ma umanamente imperfetti, non sono saldamente in equilibrio ma costantemente instabili, non sono armonicamente coordinati ma volutamente disorientati i corpi che abitano l’interno domestico dipinto da Constanza Macras in Here\After, ricostruito sul palco dell’Eliseo sabato 6 ottobre in occasione del Romaeuropa Festival. La fobia dell’esterno, la paura della piazza non è raccontata da movimenti fluidi, ma si rivela nei respiri rotti, ansimanti, affannosi, vive negli spasmi, convulsi, violenti, incontrollati. L’angoscia, il disagio, l’inquietudine emergono nelle espressioni esagerate, nella comicità slapstick, nelle canzoni stonate e disperate, negli abiti eccessivi e negli accessori vistosi, nella nudità indossata con disinvoltura. Una storia di segregazione volontaria che i cinque performer della compagnia DorkyPark – di nazionalità argentina, brasiliana e giapponese – interpretano energicamente, transitando dalla danza alla recitazione al canto, mescolando diversi linguaggi ma distinguendosi ognuno per un talento particolare.

hereafterBabbucce pelose ai piedi e calze maculate a comprimere le cosce, due coinquiline, amiche sorelle o forse amanti, preferiscono agli spazi aperti della città un rassicurante divano bianco. Abitante di una casa-loculo, una donna giapponese intrattiene conversazioni su skype senza mai abbandonare il suo acquario domestico. Un’aspirante rockstar, capello lungo e giacca di pelle, cerca la notorietà su youtube terrorizzata dai bagni di folla. Un fattorino, unico tramite con l’esterno, entra negli altrui appartamenti con pizze a domicilio e pacchi di Zalando, incarnando di volta in volta il ruolo del seducente accompagnatore, dell’oggetto del desiderio e, solo alla fine, dell’esiliato.

Tra imitazioni cinematografiche e aste su ebay, fantasticherie da salotto e condivisioni digitali, Constanza Macras mostra le falle della contemporaneità, le difficoltà degli incontri reali e le infinite possibilità di quelli virtuali, l’impatto con la grande città (che entra in scena attraverso uno schermo) e l’isolamento nelle mura domestiche. Se è chiara la riflessione sulle fragilità umane, sulle paure inconsce, sulle insidie e le lusinghe della rete, il riferimento ai disastri di Fukushima e di Chernobyl sembra voler spostare l’attenzione dello spettatore, tanto che viene da chiedersi se la coreografa argentina intenda mettere in luce non solo gli effetti dell’agorafobia ma anche le colpe dell’uomo, dalle catastrofi ambientali all’invivibilità dei centri urbani, dall’apatia sociale alla vitalità virtuale.

Con tutto il suo carico di frustrazioni, emarginazioni, nevrosi, manie, Here\After mescola commedia e tragedia, alterna provocazione e malessere, offre una commistione di suoni, rumori, lingue, discipline, e stimola una riflessione sulla solitudine. Quella domestica, ben rappresentata dalla pedana rotante che enfatizza la monotonia, accentua la ripetitività, al pari delle azioni, delle coreografie, delle immagini, dei gesti replicati più volte. E quella urbana, simboleggiata dall’immagine di una grande ruota panoramica, che girando sempre nella stessa direzione concede un unico scenario, un’unica prospettiva, ma allude anche a orizzonti lontani, a portata di sguardo o a portata di mouse.

Rossella Porcheddu

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