Waiting for Dna: conversazione con Adriana Borriello

Occhi di un azzurro spiazzante, capelli argentei e una grazia ipnotica. Appare così a un primo sguardo Adriana Borriello. Danzatrice-attrice e coreografa italiana, dopo il diploma presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma continua la formazione in Europa: in Belgio frequenta la Scuola Mudra di Maurice Bejart, e partecipa alla fondazione del gruppo Rosas, guidato da Anne Teresa De Keersmaeker. Fonda la sua compagnia a Parigi e inizia il proprio lavoro coreografico. Torna in Italia definitivamente nel 1991 e dal 1998 collabora con l’Accademia Nazionale di Danza di Roma come coreografa e maestra ospite (cattedra di composizione coreografica e metodologia della composizione). Giovedì 4 ottobre, in occasione del primo incontro Waiting for Dna all’Opificio, ci ha raccontato il suo percorso artistico e ci ha parlato dei progetti futuri.

Nel suo lavoro oltre alla relazione suono-movimento c’è un altro elemento fondamentale, la visione antropologica del corpo. Cosa intende con questa espressione?

“Per me ha varie accezioni. È una visione che deriva in parte dal fatto che per più di dieci anni ho intrapreso delle ricerche antropologiche nell’ambito specifico dei rituali, cercando di andare all’origine del movimento della danza. C’è poi un altro elemento. Mi sono formata a livello artistico in Mittel Europa, quindi completamente nei linguaggi contemporanei. Venendo dal classico ho avuto una sorta di crisi e ho sentito la necessità di andare alle radici del movimento. La mia ricerca di risposte, unita al caso, mi ha aiutata a trovare questa direzione”.

È partito tutto da un richiamo delle radici?

“Sì, perché ero totalmente sradicata. Mi sono ritrovata a studiare il movimento e la danza nell’ambito dell’antropologia, dei rituali, iniziando a largo raggio. Scoprendo che i principi base erano praticamente gli stessi in tutto il mondo, ho deciso di tornare a casa. Vengo dalla Campania, una terra ricca di tradizioni popolari. La cosa che mi ha maggiormente colpito è che molti meccanismi presenti nelle danze ritualizzate sono simili a quelli che ho frequentato nella danza contemporanea, sia a livello compositivo che nella relazione con il corpo”.

Il patrimonio etnocoreografico italiano cui fa riferimento è quindi principalmente quello campano?

“Sì, è quello campano, ma semplicemente perché ho scoperto che i principi sono uguali ovunque, in Africa, in Brasile, in Asia. Ho preferito tornare a casa dove mi sono imbattuta in persone che facevano ricerche sul campo, e le ho fatte anch’io a mia volta. Chiaramente tutto questo si è innestato direttamente sul mio lavoro. Così è nata l’idea di corpo antropologico, cioè di corpo che è vicino al sé, e alla cultura che il sé porta. Allontanatami dalle ricerche ‘etnocoreologiche’ sono tornata alla danza contemporanea con uno sguardo diverso sul corpo, come depositario di memorie personali e storiche”.

Ha avuto anche numerose collaborazioni in ambito teatrale. Come sono avvenuti i fortunati incontri con Maurizio Scaparro ed Elio de Capitani?

“Da Scaparro sono stata invitata a occuparmi della parte coreografica del progetto Polvere di Baghdad. Con Elio de Capitani la situazione è più articolata. Lui e Ferdinando Bruni mi conoscono da quando ero in Belgio con le Rosas. Il feeling era già molto forte e l’occasione per collaborare l’abbiamo cercata. Si è presentata quando lo Stabile di Genova ha commissionato uno spettacolo con Mariangela Melato e Toni Servillo, testo di Copi, Tango Barbaro. Mi hanno coinvolta subito perché era evidente che avrebbe potuto esserci un linguaggio condiviso. Quindi un progetto nato da una committenza ma che subito abbiamo fatto crescere insieme. Da lì sono nate molte collaborazioni, più che con Elio con Ferdinando, tra cui Madame De Sade, testo di Mishima, con Ida Marinelli”.

Per il futuro? Progetti positivi nonostante la situazione generale?

“La cosa più imminente è che stiamo aprendo un primo triennio universitario tecnico compositivo dell’Accademia Nazionale di Danza al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino. È un progetto in cui credo moltissimo e, di questi tempi, sono convinta che sia una possibilità enorme per chi potrà partecipare”.

Annalisa De Carlo

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  2. giuliaquerenghi

    Bella intervista! Complimenti

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